La cura della crisi

 
di Nadia Gambilongo


La lettera d’invito per l’incontro nazionale di Paestum ci “sfida” ad andare al cuore del problema: vivere nella crisi e trovare il modo per cambiare il sistema.
La rivoluzione è necessaria!
Il femminismo può determinare questo cambiamento?
Le firmatarie della lettera ne sono convinte e anch’io ne avverto tutta l’esigenza.
Le piste su cui avviare la discussione e il confronto sono sostanzialmente tre: partecipazione/rappresentanza, economia/lavoro/cura, corpo/violenza.
Mi concentro sulla seconda, “economia, lavoro, cura”, poiché penso che proprio dall’intreccio, dalla reciproca relazione e rilevanza che questi temi hanno, non solo si può cambiare lo sguardo sulla crisi, ma è anche possibile generare il cambiamento. Per cui ordinerei i temi in questo modo:
- cura
- lavoro
- economia
Se privilegiamo la cura, di noi stesse, delle relazioni che abbiamo e del contesto in cui viviamo, allora, ci poniamo in un’ottica in cui la ricerca di armonia e non il PIL è al centro del dibattito e merita, quindi, tutta la nostra attenzione.
La cura del territorio e delle persone che vi abitano richiama non solo ad un particolare modo di vivere, ma riporta al tema del lavoro.
Non c’è, e non ci sarà nei prossimi anni, lavoro per produrre merci, la nostra è una crisi anche di sovrapproduzione, mentre di lavoro di cura c’è un gran bisogno.
Sappiamo bene che gran parte del lavoro di cura è sulle spalle delle donne e che non solo non viene retribuito, ma neanche riconosciuto.
La cura dei bambini, degli anziani è sulle nostre spalle, appesantite peraltro dai tanti tagli sui servizi. C’è bisogno, invece, di potenziare i servizi alle persone.
C’è bisogno di produrre meno merci che rimangono invendute sugli scaffali o ingombrano (dopo una breve vita nelle nostre case stracolme) le strade o le cosiddette “isole ecologiche”. C’è bisogno di curare il territorio inquinato e degradato da rifiuti e da un’edilizia invasiva che ha cementificato la nostra penisola.
C’è bisogno di produrre cibo buono che cresca su una terra rigenerata e pulita.
C’è bisogno di curare il nostro patrimonio culturale e paesaggistico. Ponendo al centro il tema della cura e del lavoro di cura, è possibile costruire una buona economia che non produca sfruttamento, disoccupazione, sovrapproduzione, inquinamento?
La mia risposta è sì, si può fare!
Diversi sociologi ed economisti mi confortano in questa convinzione, a partire dal moderato Luciano Gallino.
Ma è necessario intrecciare teorie e pratiche politiche, solo così abbiamo contezza che si può provare a cambiare.
I femminismi hanno sempre sperimentato forti connessioni tra teoria e pratica politica; anche nella vita ho sempre ricercato questo collegamento che mi ha consentito di guardare meglio e con maggiori strumenti quello che stavo facendo insieme alle altre compagne di strada. Inoltre, il fare, la pratica politica modifica le teorie.
Per questo motivo vorrei raccontarvi una esperienza, ancora in corso, relativa al parco sociale che stiamo cercando di realizzare nell’area urbana cosentina.
Questa esperienza locale si inserisce all’interno di un percorso internazionale che in altre città, aree urbane e metropolitane si sta sperimentando.
L’esperienza del Parco sociale di Cosenza, vista dal World Urban Forum che si è tenuto a Napoli i primi di settembre, assume una connotazione ed una luce diversa. E’come se, questo percorso, locale e ancora in progress, dialogasse con modalità assolutamente innovative con un mondo globale che sui processi di urbanizzazione si interroga da tempo. La novità non è soltanto la centralità del tema - gli spazi sociali, il bene comune - ma soprattutto la significatività del contributo da un punto di vista metodologico e la possibilità di replicare il percorso compiuto ed inserirlo all’interno di buone pratiche.
Provo a raccontare come è iniziata questa esperienza che sarà pubblicata nei prossimi giorni sulla rivista Marea.
“Situata al centro della città, l’area abbandonata delle ex officine mostrava tutti i segni del tempo e del degrado. Sede un tempo delle mitiche officine delle ferrovie della Calabria e della Lucania, nei diversi capannoni venivano riparate le antiche locomotive che collegavano valli e monti, nei tortuosi percorsi delle due regioni meridionali.
Un passato glorioso ed un presente di abbandono hanno caratterizzato per anni quella zona nel cuore della città. Tutto intorno, Cosenza cambiava, alti palazzi venivano costruiti ai fianchi dell’area delle ex officine; il vecchio tracciato ferroviario che avrebbe potuto collegare facilmente l’area urbana, veniva dismesso e lasciava spazio ad un imponente viale parco.
Il viale lungo chilometri, alla morte del sindaco, che lo aveva voluto, prese il suo nome: Viale Giacomo Mancini. Ma mentre tutto intorno all’area, il paesaggio cambiava, i volumi del cemento prendevano forma e consistenza, in quella zona che un tempo era popolata da uomini e da locomotive il degrado lentamente, ma progressivamente si faceva strada. Tra l’erba, che cresceva alta, si insinuavano polveri pericolose proveniente dai tetti sconnessi e rovinati dal tempo e dall’incuria. Le coperture dei capannoni delle officine erano stati costruiti quasi interamente in eternit, l’amianto sfibrato per anni ha rilasciato i suoi veleni nel quartiere e nella città.
Le brezze serali che d’estate regalano un po’ di frescura alla città - costruita lungo il fiume Crati e circondata da sette colli che fermano i venti, insieme alla catena costiera e all’altopiano silano - portano con sé polveri finissime d’amianto.
Nonostante questo quadro non proprio confortante, a partire dal 2005 quell’area abbandonata incomincia lentamente a rianimarsi; miracolosamente, prendono forma iniziative positive, si mettono in piedi tante attività di accoglienza e di cura nei confronti di persone in difficoltà.
A volte accade che proprio dal degrado, dall’incrocio di occasioni mancate nasca qualcosa di inaspettato ed imprevisto che rimette tutto in discussione e rilancia proprio da una situazione di marginalità conclamata, su cui nessuno avrebbe scommesso.
Certo, quel tracciato ferroviario proprio al centro della città poteva essere sistemato con un po’ di manutenzione e riutilizzato per collegare l’area urbana da nord a sud. Senza spendere troppo denaro pubblico, si sarebbe potuto garantire un eccellente servizio di trasporto per i cittadini dell’area urbana. Magari, parallelamente al tracciato ferroviario, in tutta l’area pianeggiante si sarebbero potute predisporre piste ciclabili che insieme alla metropolitana leggera avrebbero dimezzato il traffico cittadino. Ma quello che sembra naturale, e soprattutto di facile realizzazione, senza costi eccessivi, per gran parte delle pubbliche amministrazioni e degli urbanisti sembra essere di scarso interesse e quasi impossibile da realizzare.
In tempo di crisi, queste modalità di governo del territorio andrebbero riviste in modo radicale, a sud come a nord. Inoltre, quelle antiche locomotive sui vecchi tracciati ferroviari, certamente, avrebbero potuto accompagnare su e giù, dolcemente, per valli e montagne, pigri turisti e viaggiatori curiosi, raggiunti nelle loro case europee, magari, da informazioni in rete sulle bellezze calabre e lucane.
Ma con i se e con i ma non si costruisce la storia! Però, proprio da questo contesto di occasioni mancate e prospettive irrealizzate, accade che a partire dal 2005 quel luogo di degrado incomincia lentamente a popolarsi e a mescolare mondi e culture diverse. Mescolare pensieri e culture diverse, è per me sempre fonte di meraviglia e di azioni innovative!
Vengono ospitati i Rom evacuati dal greto del fiume Crati, si aiutano i bambini rumeni a studiare, si organizza uno sportello legale per il disbrigo di pratiche per gli immigrati, si tengono corsi di lingua italiana per stranieri, si raccolgono mobili ed indumenti usati per il riciclo ed il riuso, nasce il mercatino equo e solidale. Si susseguono attività culturali ed artistiche: presentazioni di libri, spettacoli teatrali, concerti, seminari, assemblee pubbliche, manifestazioni.
Viene allestita una sala Internet gratuita con l’utilizzo di hardware riqualificato, prende forma un centro di ascolto permanente, un dormitorio per i migranti. Periodicamente si organizzano attività per i ragazzi diversamente abili, nasce una sala di registrazione, una palestra popolare, un luogo di culto.
E’ tutto un fiorire di attività, ed in occasione dell’antica festa cosentina di San Giuseppe, che si svolge ogni anno in città, le associazioni dell’area danno accoglienza ai tanti migranti che partecipano come espositori alla fiera: offrono loro cibo, the, servizi e socialità. Per sei edizioni consecutive le associazioni accolgono il mondo con “Fierainmensa”.
Nel 2008 il Comune di Cosenza istituisce “UrbanLab”, un laboratorio di progettazione partecipata con tutte le realtà presenti nell’area. La città, la stampa incomincia ad accorgersi di questa realtà in fermento. Risulta del tutto evidente, anche ai cittadini più distratti che un’area dismessa, abbandonata della città, è stata rivalutata attraverso il lavoro gratuito di tante-i volontarie-i.
Ma in quell’area oltre ai cittadini ed i migranti attivi, ci sono anche tante particelle di amianto altrettanto attive, e nel 2011 la Procura della Repubblica avvia, tramite l’ASP, la verifica sulle condizioni di pericolosità dei tetti in Etenit; pertanto, alcune associazioni dell’area vengono sentite in Procura.
Nello stesso periodo le associazioni redigono un dossier sulle attività svolte e si tenta di instaurare un dialogo con le istituzioni per promuovere azioni positive tese a sostenere i cittadini e i migranti più deboli e a bonificare l’area dall’amianto. Ma ad un certo punto questo percorso virtuoso viene inaspettatamente interrotto da un’ordinanza di sgombero!
Il dialogo diventa burocratico, bisogna sgomberare per bonificare tutta l’area dall’amianto. In città e nell’area urbana, la presenza dell’amianto è assai diffusa. Come si potrebbero sgomberare interi quartieri per effettuare la bonifica? Inoltre, non esiste un piano di bonifica cittadino.
Da tempo, era stato sollevato dalle associazioni residenti il problema dell’esistenza dell’amianto sfibrato nel quartiere dove sorge il parco, erano state sollecitate le istituzioni competenti, ma nulla era accaduto.
Dopo l’ordinanza di sgombero, le associazioni si preoccupano, temono il peggio, in città serpeggiano chiacchiere sulla presunta occupazione abusiva degli spazi da parte dei volontari. Si riafferma il diritto di proprietà di Ferrovie della Calabria, anche se l’area era stata completamente abbandonata per anni. Si prova la carta ignobile di mettere contro volontari ed operai disoccupati delle ferrovie. Un misto di paura e sfiducia serpeggia nell’aria, ma la guerra tra poveri non funziona, alcune associazioni dell’area prendono l’iniziativa, organizzano un’assemblea pubblica, scrivono un appello, raccolgono firme per dire:
Via l’amianto dalla città, il parco sociale resta qua!
La cittadinanza risponde, la raccolta di firme ha successo, l’assemblea pubblica di giugno è partecipata, le decisioni prese collettivamente diventano pratica politica. Si insedia una “tavola” di negoziazione coinvolgendo tutti i soggetti istituzionali responsabili della bonifica e del rilancio del Parco sociale. Si creano le premesse per una progettazione partecipata dell’area e non solo, si creano i presupposti per sperimentare una pratica politica trasparente. Questa modalità di risoluzione dei problemi potrebbe diventare un “metodo cittadino”, da diffondere nella provincia.
I sogni si fanno spazio”.
I tetti di amianto potrebbero essere sostituiti con pannelli solari, nelle zone più ventilate si potrebbero installare delle micro pale eoliche. Nel cuore della città potrebbe essere coltivato un orto cittadino, un spazio potrebbe essere destinato al culto e alla convivenza tra le diverse religioni e spiritualità presenti nell’area e nel quartiere. Un iperGAS potrebbe settimanalmente animare la piazza interna, le bambine e i bambini potrebbero discutere della differenza di genere, le attività culturali e sociali, già da tempo avviate, potrebbero consolidarsi ed allargarsi.
Tante le donne attive nell’area delle ex officine, tante donne coinvolte nella tavola di negoziazione per la bonifica ed il rilancio del Parco sociale.
Certo la cultura patriarcale serpeggia ed interferisce nelle relazioni anche tra donne, ma l’esperimento continua, da sette anni a questa parte si sperimentano conflitti e mediazioni.
Raccontare l’evolversi dell’intera vicenda è utile, poiché dimostra che la strada del dialogo costruttivo, in alternativa alle decisioni prese dall’alto, è una strada in grado di assicurare alla progettazione del futuro Parco Sociale caratteristiche di solidità e ricchezza di contenuti. Condivisione e partecipazione: questo metodo potrebbe diventare nel tempo, laddove si riesca a consolidarlo, una buona prassi da ripetere anche altrove, da esportare nel resto d’Italia ed in un’Europa, al momento tutta ripiegata su se stessa e in crisi. Si tratta solo di un piccolo passo verso la reale salvaguardia del Parco sociale e per un suo decisivo rafforzamento e radicamento sul territorio. Si tratterà nei prossimi mesi di rimanere attenti, difendere l’area e radicarla sul territorio, mantenere viva la vicinanza dei cittadini, per riconoscere così ufficialmente al Parco lo status, già conquistato sul campo, di spazio centrale, non solo in senso fisico ma anche umano e politico, rispetto alla costituzione di una socialità e solidarietà altre all'interno della città. Per avviare, in modo chiaro, un percorso virtuoso di progettazione partecipata che, in quanto tale, dovrà essere aperta alle istanze delle associazioni, delle cittadine e dei cittadini. Ottenere in questo modo una variante al piano regolatore che determina l’assetto urbano e che sancisce che l’area delle ex officine della Calabria non è destinata ad ospitare altri palazzi e/o centri commerciali, ma è area del sociale e della comunanza, sarebbe una vittoria senza precedenti nella storia cittadina, forse, meridionale.
Il percorso è irto di ostacoli, ad esempio come tenere insieme le associazioni residenti, i migranti, le associazioni e i cittadini dell’area urbana? Insieme si vince, ma quando il risultato è a portata di mano l’individualismo e l’egoismo potrebbero farsi spazio. L’esperienza maturata negli anni sulla mediazione dei conflitti sarà d’aiuto per rinsaldare il legame tra le diverse anime.
Sono queste le città che vorremmo?! Inclusive che valorizzano e diffondono esperienze come queste?
Nei prossimi anni non ci sarà lavoro per tutte-i, soprattutto nell’ambito della produzione di merci, la crisi è anche una crisi di sovraproduzione di merci e di edifici, ma ci saranno tanti lavori di cura da fare. La manutenzione di case ed edifici pubblici, la ristrutturazione e la riqualificazione degli spazi pubblici, la cura delle persone non può essere solo una faccenda di donne, una rivoluzione culturale è necessaria.

Intervento di Franca Calzetta

 

La lettera

 

 

PRIMUM VIVERE ANCHE NELLA CRISI:
LA RIVOLUZIONE NECESSARIA
la sfida femminista nel cuore della politica


Incontro nazionale: Paestum 5,6,7 ottobre 2012


C'è una strada per guardare alla crisi della politica, dell'economia, del lavoro, della democrazia -tutte fondate sull'ordine maschile - con la forza e la consapevolezza del femminismo? Noi ne siamo convinte.
Davanti alla sfida della libertà femminile, la politica ufficiale e quella dei movimenti rispondono cercando di fare posto alle donne, un po' di posto alle loro condizioni che sono sempre meno libere e meno significative. No. Tante cose sono cambiate ma le istanze radicali del femminismo sono vive e vegete. E sono da rimettere in gioco, soprattutto oggi, di fronte agli effetti di una crisi che sembra non avere una via d'uscita e a una politica sempre più subalterna all'economia.
All'incontro di Paestum aperto al confronto con gruppi, associazioni, anche istituzionali, e singole donne, vorremmo verificare, discutendo e vivendo insieme per tre giorni, se la politica femminile che fa leva sull'esperienza, la parola e le idee, può in un momento di crisi, smarrimento e confusione, restituire alla politica corrente un orientamento sensato.
1. Voglia di esserci e contare
La femminilizzazione dello spazio pubblico - comunque la si interpreti: opportunità, conquista delle donne o rischio di diventare solo "valore aggiunto", "risorsa salvifica" di un sistema in crisi - ha reso per alcune (molte?) non più rinviabile il desiderio di "contare", visto come presenza nei luoghi dove si decide, equa rappresentanza nelle istituzioni politiche, amministrative, partiti, sindacati, e nelle imprese.
Noi consideriamo il protagonismo in prima persona di ciascuna donna una molla dinamica importante. Quello che ci interessa è discutere con chi si impegna nei partiti, nelle istituzioni e nel governo delle aziende: che esperienza ne hanno, che cosa vogliono, che cosa riescono a fare e a cambiare. E valutiamo che oggi questo confronto possa avere esiti interessanti per tutte.
Il femminismo d'altra parte, criticato per non avere investito della sua spinta trasformativa le istituzioni della vita pubblica, può avvalersi oggi di una lunga elaborazione di autonomia per ripensare il senso di concetti come "genere", "democrazia partecipata", "soggetto politico", "organizzazione". Viene dalla pratica dell'autocoscienza, del "partire da sé", la critica più radicale all'idea di un soggetto politico omogeneo (classe, genere, ecc.), di rappresentanza e di delega. Pensiamo che un collettivo si costruisca solo attraverso la relazione tra singole/i. E oggi vogliamo interrogare la connessione tra questa pratica politica e la modificazione visibile del lavoro, dell'economia, e più in generale del patto sociale.
In questo contesto, anche la scelta di Paestum come luogo dell'incontro non è casuale, ma vuole essere un richiamo alla necessità di articolare soggettività e racconti nei contesti in cui si vive e agisce. Vogliamo così far crescere una rete di rapporti tra donne e gruppi di donne già ricca e intensa. In particolare, sappiamo che alcune caratteristiche del Sud - sia i beni sia i mali - hanno un'invadenza sulla vita e sul pensiero di chi lì abita che non può essere ignorata, né da chi vive in altri luoghi, né soprattutto dalle meridionali stesse.
2. Economia lavoro cura
Molto è il pensiero delle donne sui temi del lavoro e dell'economia a partire dalla loro esperienza. Che ha questo di peculiare: hanno portato allo scoperto e messo in discussione la divisione sessuale del lavoro (quello per il mercato - pagato - e quello informale ed essenziale di cura e relazione - gratuito); in più, sanno che la cura non è riducibile solo al lavoro domestico e di accudimento, ma esprime una responsabilità nelle relazioni umane che riguarda tutti.
A partire da questo punto di vista, e sollecitate anche da una crisi che svela sempre di più l'insensatezza oltre che l'ingiustizia dei discorsi e delle politiche correnti, possiamo delineare una prospettiva inedita: quella di liberare tutto il lavoro di tutte e tutti, ridefinendone priorità, tempi, modi, oggetti, valore/reddito e rimettendo al centro le persone, nella loro vitale, necessaria variabile interdipendenza lungo tutto l'arco dell'esistenza, e avendo a cuore, con il pianeta, le persone che verranno.
Vorremmo articolare questo discorso valutando insieme le recenti esperienze di pratiche politiche e analizzando le contraddizioni che incontriamo (in primo luogo le conseguenze del rapido degrado del mercato del lavoro) in modo da rendere più efficace il nostro agire.
3. Auto-rappresentazione/rappresentanza
Nella strettoia della crisi i cittadini non hanno più libertà politica; la politica è ridotta a niente; decidono tutto l'economia e la finanza. In una situazione dove tutto sembra prescritto a livello economico finanziario, la pratica e il pensiero delle donne hanno una carta in più per trovare nuove strade.
La nostra democrazia è minacciata da pulsioni, spinte estremistiche; le sue istituzioni elettive depotenziate o addirittura esautorate. La rappresentanza è messa in crisi e oggi ne vediamo i limiti.
Perché una persona possa orientarsi, deve avere un'immagine di sé, di quello che desidera e di quello che le capita. Il femminismo che conosciamo ha sempre lavorato perché ciascuna, nello scambio con le altre, si potesse fare un'idea di sé: una autorappresentazione che è la condizione minima per la libertà. Invece la democrazia corrente ha finora sovrapposto la rappresentanza a gruppi sociali visti come un tutto omogeneo.
La strada che abbiamo aperta nella ricerca di libertà femminile, con le sue pratiche, può diventare generale: nelle scuole, nelle periferie, nel lavoro, nei luoghi dove si decide, ecc.
Che la gente si ritrovi e parli di sé nello scambio con altre/i fino a trovare la propria singolarità, è la condizione necessaria per ripensare oggi la democrazia.
Vorremmo declinare questi pensieri nei nostri contesti, confrontandoci sia sullepratiche soggetto/collettivo, sia sui modi per dare valore al desiderio di protagonismo delle donne. E quindi ci chiediamo: come evitare che in alcune la consapevolezza basti a sé stessa e si arrenda di fronte all'esigenza di imporre segni di cambiamento e alla fatica del conflitto? E in altre la spinta a contare le allontani dalle pratiche di relazione?
4. Corpo sessualità violenza potere
"è già politica" (sottinteso: l'esperienza personale): il femminismo ha incominciato lì il suo percorso. Ha scoperto la politicità del corpo e della sessualità, della maternità, del potere patriarcale in casa, del lavoro domestico. Ha affermato che la violenza maschile contro le donne in tutte le sue forme, invisibili e manifeste, è un fatto politico. Radicale è stato prendere il controllo sul proprio corpo e insieme ribellarsi a un femminile identificato con il corpo: ruolo materno, obbligo procreativo e sessualità al servizio dell'uomo.
Oggi la sfida è più complessa: si esibisce lo scambio sesso/denaro/carriera/potere/successo occultando il nesso sessualità/politica; si esalta il sesso mentre muore il desiderio; si idolatra il corpo ma lo si sottrae alle persone consegnandolo nelle mani degli specialisti e dei business; si erotizza tutto, dal lavoro ai consumi, ma si cancella la necessità e il piacere dei corpi in relazione.
Sintomi estremi di questa fase sono il rancore maschile verso l'autonomia e la forza femminile e il riacutizzarsi della violenza, dell'uso della brutalità.
Ma qualcosa si muove. Non solo i gruppi (Maschile/Plurale) e i singoli uomini che ormai da anni si impegnano nella ricerca di una nuova identità maschile, spesso in relazione con le femministe. Ma anche le moltissime blogger femministe (e blogger "disertori del patriarcato") che ragionano su desiderio e sessualità e si impegnano contro la cultura sessista e autoritaria.
Soprattutto le relazioni tra donne e uomini sono cambiate. Ma non abbastanza. Sulla scena pubblica questo cambiamento non appare perché il rapporto uomo-donna non viene assunto come questione politica di primo piano. Eppure, solo in questo modo, possono sorgere pratiche politiche radicalmente diverse, produzioni simboliche e proposte per una nuova organizzazione del vivere.
Di tutto questo vogliamo parlare a Paestum.
Le promotrici:
Pinuccia Barbieri, Maria Bellelli, Maria Luisa Boccia, Ornella Bolzani, Paola Bottoni, Maria Grazia Campari, Luisa Cavaliere, Patrizia Celotto, Lia Cigarini, Laura Cima, Silvia Curcio, Mariarosa Cutrufelli, Elettra Deiana, Donatella Franchi, Sabina Izzo, Raffaella Lamberti, Giordana Masotto, Lea Melandri, Jacinthe Michaud, Clelia Mori, Letizia Paolozzi, Gabriella Paolucci, Antonella Picchio, Biancamaria Pomeranzi, Carla Quaglino, Floriana Raggi, Bia Sarasini, Rosalba Sorrentino, Mariolina Tentoni


Intervento di Alessandra Bocchetti

 

Intervento di Mercedes Frias
 

 

 

 

Che bella cosa la tecnologia


Simonetta Patanè

 

 

Se fossimo state nel 1976 avrei dovuto incontrare fisicamente le donne che hanno partecipato all’incontro di Paestum per saper come era andata. Oggi, che come allora non ci sono andata, mi è bastato navigare un paio d’ore su internet. Leggendo resoconti, commenti e soprattutto ascoltando le mini-interviste nei QIK video, mi sono fatta l’idea che deve essere andata proprio bene: grande partecipazione al di là delle aspettative, intensità degli scambi, conflitti forti e proficui, tanta stanchezza e tanta soddisfazione. Ma, sopratutto tante giovani donne molto preparate, molto determinate e … molto femministe. Dunque, il femminismo è vivo e vegeto pieno di energie e di passione per affrontare le sfide del presente e del futuro. Ma allora perché tutto questo spazio dato alla rappresentanza, considerato in alcuni commenti eccessivo fino a togliere spazio ad altri temi, come la sessualità, che pure erano presenti nella lettera di convocazione? C’è qualcosa che non torna.
Può darsi che, come da più di una voce viene sottolineato, esista un desiderio femminile di contare nelle istituzioni della politica rappresentativa, però poi, mi pare di capire che la discussione si è concentrata più sull’opportunità o necessità di “entrare” nelle istituzioni del potere, come se si trattasse di un obiettivo strategico, che sul desiderio.Alla base di questa discussione vi è l’idea più o meno esplicitata che l’estraneità, come categoria e pratica del femminismo, si possa ormai archiviare come qualcosa passato di moda. Scrive, infatti, Ida Dominijanni il giorno dopo la chiusura del’incontro di Paestum: “se all’origine il taglio femminista significò il desiderio delle donne di collocarsi altrove e altrimenti rispetto alla politica data, oggi l’altrimenti resta ma l’altrove cade: il desiderio è di mettersi al centro della trasformazione, e di guidarla” (il manifesto 9/10) come se, cioè, le donne non volessero o, forse, non potessero o addirittura non dovessero più sentirsi estranee al sistema di potere, chiamate ad assumersi la responsabilità di governo lasciata per troppo tempo nelle mani degli uomini che nella migliore delle ipotesi si sono dimostrati incompetenti e irresponsabili, nella peggiore disonesti, corrotti e corruttori.
Ma quello che poi avviene nei fatti è che mentre le donne che nelle istituzioni già ci sono spesso si lamentano della mancanza di sostegno da parte di quelle che stanno “fuori”, le Pussy Riot dichiarano di poter reggere le pesanti conseguenze dell’espressione della loro libertà proprio perché molto sostenute da donne e uomini di tutto il mondo. Come si spiega questa sproporzione di investimento di energia e passione? Da un lato potrebbe essere che le donne nelle istituzioni non compiono gesti così eclatanti, eroici, dirompenti e rischiosi da suscitare un entusiasmo comparabile all’azione delle Pussy Riot (e tutto sommato c’è da chiedersi perché, visto che la lotta è dura e che di tanto in tanto un gesto simbolico forte, una mossa spiazzante proprio lì nella zona del potere non ci starebbe affatto male e costituirebbe sì un spinta trascinante), oppure che appaiono deboli, omologate, impotenti di fronte al potere.
A parte il fastidio che mi procura questa idea, che striscia nel fondo di questi discorsi, di andare ad aggiustare quello che altri hanno sfasciato (come sparecchiare e lavare i piatti di un pranzo a cui non si era state invitate) il problema importante, mi sembra, sta nel costatare che forse è il “centro della trasformazione” a non essere più lì e forse è la politica rappresentativa, non a caso chiamata politica seconda, a trovarsi oggi in un altrove.
Sappiamo bene che i governi degli stati nazione da alcuni anni agiscono quasi esclusivamente in base alle necessità e alle richieste delle istituzioni economiche internazionali e che la politica – la presa di decisioni, l’immaginazione degli scenari, l’indirizzo delle azioni – risiede ormai molto poco nei governi e nei parlamenti. Lo scenario è quello di un mondo globale in cui ciò che conta è ciò che ci è prossimo e si può toccare con mano nella consapevolezza che ogni gesto ha conseguenze lontane: quello che faccio io qui ha conseguenze per te laggiù, nel male ma anche nel bene. In questo scenario può forse avere un senso, può smuovere passioni e desideri, la rappresentanza locale e territoriale, ma per un’unica e ovvia ragione: le città, i paesi esistono, sono fatti di case, palazzi, negozi, strade, piazze, fabbriche e corpi che li abitano. Gli stati nazione, invece, sono un’invenzione, un’astrazione della politica moderna e in questa epoca di stanca modernità stanno mostrando ampiamente la loro irrealtà. Se, come dice Muraro nel suo Dio è violent, con la fine del patto sociale lo stato perde il monopolio legittimo della violenza non si può non tener conto che a questo monopolio è strettamente legata la legittimità di legiferare e di far valere le leggi all’interno di confini certi. Detto in altri termini: siamo sicure che gli stati nazione attraverso le loro istituzioni fondamentali, governo e parlamento, siano ancora legittimati ad esercitare l’autorità e il potere di legiferare e di decidere della vita dei popoli che li abitano?
Capisco che sarebbe enorme rispondere con un no netto e deciso, allo stesso tempo, però, so che la crisi delle istituzioni della politica rappresentativa ci mette di fronte all’anacronismo di queste forme, alla loro obsolescenza e sono sicura che non è partecipandovi in massa che le donne possano risolvere la questione che è di portata epocale. Non è pulendo e facendo ordine e nemmeno portando senso che si supera la fine di un’epoca e si passa alla successiva: qui non si tratta di aggiustare qualcosa che si è rotto e deteriorato, non tutto può essere riciclato. Qui ci vogliono immaginazione e invenzione. E coraggio.
Alla luce di queste considerazioni, mi pare che la ragione della disaffezione delle donne per il potere sia ancora l’estraneità che nella versione attuale può significare il non appassionarsi a … roba vecchia. Puntare oggi sulla rappresenta può apparire come un volare basso, proprio in un momento in cui, come dimostra l’incontro di Paestum, è vivo un desiderio di volare molto in alto, di accettare la sfida della complessità e l’incertezza che la fine di un’epoca comporta. Lo dice bene Ilaria, una donna giovane, dell’associazione Femminile/Plurale di Padova (di cui ho visto l’intervista): “Il conflitto con lo stato a me non interessa più perché credo che non ci siano più interlocutori con cui discutere e che le decisioni vere non vengano più prese a quel livello. Ai suoi tempi il femminismo è riuscito a creare delle istituzioni non statali che funzionano tuttora e che possono essere un forte esempio per bypassare il problema di uno stato che non esiste più, per creare nuove istituzioni al di là dello stato, che siano interlocutrici degli organismi internazionali, perché oramai la partita della politica si gioca a quel livello”.La sua idea è quella di immaginare “una rete internazionale delle femministe di tutto il mondo che sia in grado – e le femministe lo sono – di avere un peso politico sulla scena internazionale”, sull’esempio delle lotte dei contadini indiani contro le multinazionali guidate e sostenute da Vandana Shiva. Quello che mi pare veramente interessante è la continuità che lei stessa intravede con la pratica dell’estraneità quando sottolinea come questa idea “abbastanza nuova” faccia leva su ciò che è stato il femminismo radicale: “la capacità di creare più che di contrastare, di aprire un conflitto creativo che permette di autodeterminarsi e di determinare la società in cui vivi senza chiedere niente a nessuno. Noi ci chiediamo le cose tra noi”.
Andare oltre le istituzioni moderne dello stato nazione e della democrazia rappresentativa per come le abbiamo conosciute è, per il femminismo contemporaneo, una sfida altissima ma proprio per questo estremamente appassionante, sicuramente più attraente che ridare vita alle agonizzanti forme della politica moderna che non funzionerebbero più anche se fossero ripulite e aggiustate da sapienti mani femminili. Si tratterebbe di estendere a livello globale la pratica della relazione, di portarla ancora un po’ più in là, di portare ancora un po’ più in là la pratica dell’estraneità, di radicalizzarla fino alle sue estreme conseguenze e immaginare nuove forme di lotta, nuovi assetti societari, più sensati e più rispondenti alle reali dinamiche di produzione e riproduzione della vita che attraversano il mondo.

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