Viaggio ad Occidente
di Annalisa Iotti

- Patrizia, fermati! -

Urla nelle mie orecchie, ancora echeggiavano rimbombando lente, cadenzate, … poi sempre più lontane ed ampie.

- Devo, devo andare, andare, andare, lascia che io vada! Non senti il mio dolore?-

Ricordo quando ti dissi, urlai e sussurrai insieme tutto ciò che potevo.

- Dove vuoi andare, dove credi di andare, tu , tu dove?-

Quella frase in me suonava come "dove vorresti andare tu senza di me, tu che sei così…….." così come?

- Devo andare, andare ad occidente di me stessa.-

Come spiegare ciò che non ha parole?

Quel giorno è iniziato il mio viaggio ad occidente, alla ricerca di una nuova frontiera, di una realtà diversa, di una nuova direzione da prendere. Quel giorno è iniziata l’esplorazione delle ragioni del mio esistere così com’ero, la caccia agli avvenimenti che avevano segnato profondamente il mio percorso fino a quel punto: la ricerca delle mie cause prime.

Per ogni viaggio è necessario predisporre un bagaglio con l’indispensabile, un bagaglio con dentro l’essenziale di ciò che si è, della propria storia.

E’ così che cominciai. Da ciò che ero.

Portai l’occhio della mia razionalità su me stessa per coglierne i tratti più importanti: questo no, questo si, questo lo porterò un’altra volta. Alcune cose le misi poi le tolsi, altre entrarono in valigia all’ultimo momento, d’impulso..

Si comincia proprio così ogni viaggio, qualsiasi viaggio, prendendo con se un pezzo di casa, un pezzo di se stessi. Bisogna necessariamente scegliere! Non si può portare tutto.

E’ un buon metodo per scoprire le cose importanti e lasciare quelle secondarie. Ci si sbaglia spesso, è vero; lungo la strada ci ricordiamo sempre di qualcosa che ci siamo dimenticati e di qualcos’altro che abbiamo portato inutilmente. Non serve preoccuparsene: facciamo del nostro meglio dal punto di osservazione in cui siamo arrivati. Scartando ed aggiungendo, chiusi le finestre di casa e il gas, (non si sa mai chi possa entrare mentre non ci sei e cosa possa fare), vuotai il frigorifero (le assenze prolungate procurano maleodoranti risultati nelle cose e nelle persone lasciate a se stesse, non volevo trovarmi a dover tornare anzitempo). Sapevo che sarebbe stato un viaggio lungo, anche se l’esatta durata mi era del tutto ignota, sapevo non sarebbe stato un solo fine settimana.

Ero pronta.

Quando sono partita ho portato con me due valige, una per l’andata ed una per il ritorno.

Entrambe preparate con cura: la prima conteneva tutti gli avvenimenti importanti della mia vita, la storia, le convinzioni ed idee, gli affetti e le certezze, insomma proprio tutti i miei vestiti più importanti. Soprattutto avevo ripiegato per benino ogni mio "dover essere" che era stato disposto con cura in un posto speciale, il posto d’onore. I "dover essere" sono particolari abiti festivi che però si usano ogni giorno. Li indossiamo con piacere perché ci fanno sentire veramente "qualcuno", ma hanno la sgradevole caratteristica che, per quanto li scegliamo con amore e per quanto ci piacciano, hanno sempre un particolare che non li fa stare bene addosso. Vuoi perché pendono male, vuoi perché spesso sono inspiegabilmente stretti o perché da qualche parte c’è qualcosa di scucito o di strappato che prima non avevamo visto. Quando li abbiamo acquistati sembravano fatti per noi, su misura, con quello specchietto così carino appuntato sul davanti nel quale, una volta riflesse ci siamo dette "Sì, quella sono proprio io, io voglio proprio essere così". Tutti intorno a noi sorridevano nel vederci così agghindate: sono la nostra gloria personale, meritano il posto d’onore, ci rendono riconoscibili.

In fondo, nel doppio fondo della valigia, come sempre, si mettono le cose necessarie, ma sgradevoli. Veramente alcune erano lì da tempo e io avevo dimenticato di averle riposte proprio nella valigia dell’andata. Si sono imbarcate, diciamo, clandestinamente. Subito non mi sono accorta della loro presenza, non occupavano tanto spazio, pressate così profondamente, ma la rendevano particolarmente pesante e sbilanciata.

La valigia del ritorno era anch’essa piena, vi avevo inserito così tante speranze quante ne poteva contenere, insieme a tutte le illusioni, le proiezioni sul mio futuro, ed in particolare il mio orgoglio di donna e di vittima. Anzi era proprio la prima cosa che, aperta la valigia disposi sul letto. Perbacco, se ero così sfortunata e perseguitata qualcuno doveva esserne responsabile!

Quando partii non ricordo se il tempo fosse bello o brutto, direi variabile come sempre, tendente al bigio, con una certa nebbiolina; quella foschia che impedisce di vedere lontano, oltre i limiti del proprio mondo ed insieme attrae costantemente lo sguardo sui piedi, sulla propria essenza di animale ferito. C’era un chè di plumbeo fuori e dentro di me.

E’ iniziato in questo modo il mio viaggio nei paradisi e negli inferni interiori. Presi quel treno, quel treno che viaggia sempre, basta salire e si parte, basta scendere e si ferma, o almeno sembra che sia fermo, in realtà avanza costantemente, solo non te ne accorgi. E’ un treno sempre pronto, è un treno che si perde solo se proprio ci si gira dall’altra parte ed è così comodo perché hai sempre la stazione in tasca. Il biglietto lo acquisti spesso in libreria o in seguito ad un avvenimento particolarmente importante della vita; a volte te lo regalano, ma più spesso giungi ad un tale punto di rottura che compare in mano senza averlo cercato. Così sai di dover partire e vai.

E’ un treno che ha una struttura piuttosto complicata: non capisci mai chi in quel momento sta conducendo o chi trasporta, se sei il passeggero o il macchinista. I più curiosi sono i compagni di viaggio, tutti visi noti e meno noti con cui entri in una strana relazione. Si instaurano dialoghi interiori di particolare complessità cosicché con alcuni è estremamente difficile parlare e con altri incredibilmente facile. Ci sono, ti rendi conto, luoghi luminosi ed altri bui. L’intrico delle carrozze e dei posti a sedere è impressionante: ti capita di iniziare a dialogare con qualcuno in prima classe e, bam, ti ritrovi, non si sa bene come e perché, nella carrozza bagagli, in un batter di ciglia. Allora ritorni verso il tuo posto confusa e riprovi. E di nuovo, bam, in carrozza bagagli. Dopo alcuni tentativi rimani in carrozza bagagli e cominci a chiederti "accidenti perché sono ancora qui?".

La prima volta che apri le tue valige è proprio sul treno, poi alle varie stazioni di sosta ti ritrovi a rivedere ogni volta il bagaglio: togli e metti, aggiungi cose nuove, strappi con rabbia altre vecchie. Emozioni e pensieri entrano ed escono intrecciati, sembra proprio un lavoro infinito, senza né capo né coda, ma continui, è il tuo viaggio!

Sono salita così: mi aspettavo di trovare i colpevoli di tante ed infinite magagne del mio carattere, dell’inettitudine della mia vita. Le colpe di mia madre (sono sempre colpevoli), quelle di mio padre, quelle della società intera. E le ho trovate tutte.

Trovando le colpe di mia madre ho trovato anche le mie e quelle di tutte le donne: colpevoli di essere mogli, madri, nonne, bambine e cioè, in sintesi, donne, con le nostre mille facce funzionali. E mi sono detta Colpevole: sono colpevole di generare e crescere figli in maniera imperfetta, che subiranno per sempre la mia malevola impronta. Sono colpevole di essere moglie ed amante imperfetta, di stare al fianco di un uomo vuoi con troppa accondiscendenza, vuoi con troppa durezza; ma soprattutto permettendo, tante volte quanti sono gli istanti della mia vita, alla mia immagine da spot, all’abile costrutto delle cose che devo fare e a quelle che devo ricevere, quelle cose inscritte per definizione in una relazione, di condurre e definire il mio ruolo. Sono colpevole di esser stata giovane e figlia e adolescente imperfetta, di aver distratto, adescato e desiderato il genere maschile sottraendolo alle sue occupazioni; di averlo più volte tentato con l’esibizione del mio corpo e della mia voglia d’essere viva ed intera. Sono colpevole di essere una lavoratrice imperfetta, così poco efficiente quando consento alle altre mie facce funzionali di interferire con l’orario e la concentrazione; e sono colpevole di aver voluto, desiderato, ardito concorrere alla carriera trascurando altre ed infinite ed importanti e sacrosante identità femminili. Insomma Vostro onore sono colpevole: la colpa di Eva è su di me.

Però la mia colpa più grande l’ho scoperta nel cuore, verso me stessa; per aver consentito alle proiezioni degli altri di definire la mia vita, aver consentito alle aspettative sociali ed alle persone intorno a me di definire i confini nei quali muovermi, permettendogli di fare le mie scelte e negando la mia libertà. Sono colpevole di non essermi assunta la responsabilità di ciò che sono delegando ad altri il diritto di fare per me. Sono colpevole, Vostro Onore, di aver rinnegato me stessa nello sforzo assurdo di essere perfetta per un intero mondo che non sono io.

Sono colpevole: è così che i luminosissimi specchietti dei "dover essere", peso e godimento della mia identità, nei quali amavo rivedermi, cominciarono ad incrinarsi. E, ciò che è peggio, dietro ad ognuno di essi, collegato con un filo nero, che finiva nel doppio fondo della valigia, cominciò ad uscire qualche pezzo di una cosa oscura, una specie di blob nero, che mi si appiccicava dappertutto. Io facevo attenzione a non toccarla, a non sporcarmi, ma se non erano le mani era il vestito, se non era il vestito era una gamba, se non era una gamba era il viso. Quella robaccia angosciante sbucava fuori da ogni parte. I primi tempi combattevo come una forsennata, con tutte le forze, ma quella saliva, si appiccicava, compariva non si sa da dove e l’unica cosa che volevo era non vederla più.

E’ quella la prima volta in cui desideri scendere dal treno, ma non puoi più, ormai quella parte di te lungamente negata è uscita. Scendere adesso non ti salverà dalla sua presenza. E allora rimani; e ti siedi; e cominci a giocarci con le mani: è duttile; sporca perché sono anni che è lì che si accumula, ma non puzza né è poi così orribile come ti era apparsa all’inizio. La rendeva così sgradevole solo il confronto con la tua immagine riflessa nello specchio deformante dei "dover essere". Poi cominci a pulirla, con pazienza, e la trovi quasi simpatica, c’è qualcosa in lei che vagamente riconosci, che ti dice "gioca con me".

La seconda volta che ti viene voglia di scendere ti ritrovi sperduta e smarrita tra specchi deformanti andati in pezzi e quella robaccia per metà ripulita e per metà ancora sporca. E’ allora che ti chiedi chi te l’ha fatto fare: non c’è più uno specchio in cui definire te stessa, non c’è ancora una dimensione di accettazione di tutto quello che di te ai negato e ti perdi. Lo smarrimento è totale. Non ci sono certezze, non ci sono soluzioni facili, non ci sono risposte semplici: non c’è più ieri, non c’è ancora domani, sei nel limbo della tua interiorità, né in paradiso né all’inferno.

Quando arrivi a quel punto succede però qualcosa, con una rotazione su te stessa sali su di un perno e cambi prospettiva: hai raggiunto il vagone del paradosso.

Il vagone del paradosso assomiglia ad una fotografia in negativo, il bianco è nero ed il nero è bianco. Vi arrivi quando comprendi come quello che consideravi il paradiso era in realtà l’inferno, e vedi la gabbia dentro la quale replicavi te stessa, nei limiti ricevuti ed acquisiti nel corso della vita. Vedi gradatamente comparire quegli schemi che ti conducevano a ripetere più volte il ruolo di vittima e che inducevano gli altri a recitare il ruolo di carnefici.

Vi arrivi quando comprendi la vera natura di quello che di te avevi rifiutato, quello che ritieni da sempre il tuo nemico, il tuo Lucifero personale e, pulendo e lustrando, scopri un bambino ferito che grida da anni nel fondo della valigia "amami così come sono, amami per il semplice fatto che esisto, amami così come io ti amo". Quello è il momento in cui vedi per la prima volta la strada di casa, la tua casa, il tuo esclusivo paradiso personale.

La terza volta che vorresti scendere è quando d’un tratto guardi in faccia la tua responsabilità per ciò che sei e per il mondo che intorno a te costruisci. E ti rendi conto del potere che è in te di determinare la tua felicità o la tua infelicità, e ti accorgi di essere Responsabile perché sei misura delle cose che ti accadono. E’ il momento più difficile, quello in cui scapperesti a gambe levate per non vedere, non sapere, non assumerti l’ingrato compito di essere integralmente tu. Allora le tenti tutte, nascondi la faccia nel passato, resusciti specchi che non ne vogliono più sapere di rifletterti, cerchi di nascondere il tuo bambino che, finalmente amato, non ci pensa proprio a starsene rinchiuso. Insomma corri come una pazza in giro dicendoti: ma cosa ho fatto, cosa ho fatto!

Dopo il primo momento di panico ti calmi, cominci ad accettare d’essere giunta fino a quel punto, guardi intorno a te e comprendi che quella è la prima destinazione. E’ tempo di scendere, ma non vuoi. Sei ad oriente di te stessa e, non cercate, hai trovato le cause interne che generavano la tua vita: sai che è un nuovo inizio e non sarà facile.

Come fare adesso che, permettendo ai vecchi abiti di uscire, anche quello che avevi abilmente nascosto pian piano è si è rivelato? Ormai non sei più a tuo agio davanti allo specchio: la vecchia immagine non ti appartiene più, ti va incredibilmente stretta. Conoscendo ed accettando quella parte di te lungamente negata sei molto più rilassata, ma sai anche che tutto ciò che ti dà tanto fastidio negli altri, da qualche parte, dentro di te, risuona, cantando con una voce che tu conosci, ma che non vuoi ascoltare, che tu probabilmente usi o hai usato quando eri o sei in una relazione diversa. Tutti quegli aspetti di te che "non avresti dovuto avere" sono proprio li e non se ne stanno più zitti, e gridi "io no, io non sono tutte quelle cose, io sono buona, gli altri sono cattivi. Come faccio ora a sentirmi migliore degli altri". Così smetti persino di giudicare, o almeno lo fai con attenzione, perché sai che prima o poi finirai per riconoscerti identica.

E non puoi più nemmeno rinnegare te stessa, il tuo bambino non ne vuole proprio sapere di stare buono e bravo nell’angolo più buio della tua anima: ha così tanta voglia di giocare e di vivere e di amare che rompe tutto quello può impedirgli di esprimersi. Insomma se proprio nei guai.

Sei nei guai perché quando hai riconosciuto la tua responsabilità ed il tuo potere nel determinare l’origine dei tuoi mali, se continui indossando gli stessi vestiti, chi incolpare?

Sei nei guai perché la capacità di scegliere un nuovo futuro non interviene immediatamente dopo aver compreso le nostre responsabilità, c’è bisogno di pratica. In fondo quegli abiti sono anni che li mettiamo, ne conosciamo strappi e cuciture, tutti si sono abituati a vederci così e anche noi sappiamo esattamente cosa aspettarci dalle relazioni con gli altri quando li indossiamo. Ma se cambiamo, chi ci riconoscerà più? Non gli altri, ma soprattutto non noi.

E’ così che sono partita verso occidente alla ricerca di una nuova frontiera in me stessa; sono partita con due valige, una per l’andata e una per il ritorno, quando sono arrivata ne avevo solo una, ed era molto leggera. Ho lasciato molto in lacrime, riso e vergogna. Molto dolore è uscito, altro è rimasto, ma è lì perché io voglio che rimanga, mi serve per ricordare che il viaggio non è concluso, e lo so.

Quando sono scesa ad oriente di me stessa, ero un po’ confusa, non sapevo cosa fare né dove andare. Ero partita cercando fuori di me un nuovo destino, un nuova terra da scoprire, il mio ovest. Circumnavigando me stessa, il mio mondo, ho toccato e raggiunto il levante, il punto di partenza, il mio nuovo sole nascente. Non era poi molto lontano, bastava guardare nel posto giusto, il cuore, sapendo vedere. La mia realtà esterna non è cambiata, la mia casa interiore sì, ora sono davvero "a casa" e le finestre sono pulite.

Non è affatto più facile, quando i punti di riferimento esterni crollano, si devono cercare nuove condizioni e nuove motivazioni. Anche ora sono confusa, sono smarrita, ma so riconoscere quanto del mio stato è mia responsabilità, ed a volte è veramente duro esserne consapevoli.

Sapete…

questa sera sono un poco triste ed anche inquieta, qui ad oriente, non mi sono ancora abituata a tanta libertà e a tanto potere, e soprattutto ……… non ho più nessuno da incolpare!