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Unico figlio
maschio
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di Paola Ducci |
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Soltanto quando l’aveva vista arrivare, si era reso conto che doveva essere tardi. I suoi compagni erano già usciti, sicuramente tutti, e lei arrancava per ultima su degli zatteroni da poco prezzo. La guardò, distratto per un momento dal suo problema. La ragazzina avanzava verso di lui dopo aver svoltato dalla strada principale, lasciandosi alle spalle il cancello della scuola: un edificio scuro, con le scritte rosse e i vetri rotti alle finestre. Nell’aria primaverile l’uomo pensò che il fatto di essere completamente vestita in nero la faceva assomigliare ad un enorme insetto, un po’ goffo e sperduto. Aveva i capelli neri, le unghie smaltate, e sopra i jeans, una maglietta aderente, nera anche quella, che metteva in risalto il seno abbondante, ma corta, sull’ombelico, che denudava per un attimo un tratto di pelle bianca e paffuta: l’ultimo ricordo di bambina, probabilmente. Distolse lo sguardo e fece finta di tornare al suo cellulare e all’agenda di lavoro; ma poi riprese ad osservarla meglio. Forse gliela aveva ricordata per via del sorrisetto, o perché a quell’età camminano tutte un poco di traverso, e sembra dipenda dallo zaino pesante, oppure è forse una sorta di trasversalità interna, come un uso alternativo del percorso. Oppure è il diritto all’indecisione di quegli anni. I ragazzi ci avvertono: ehi! Non sappiamo che fare, di noi. La ragazzina con i pantaloni a zampa d’elefante e gli occhi bistrati si stava avvicinando. "Dio mio" si disse l’uomo, ma non ha una madre? E inevitabilmente, si ritrovò a pensare all’ipotetica madre. Gli scappò da ridere. Se le figurava, quelle due, insieme a fare acquisti di cosmetici. Certo. Magari in una nota profumeria del centro, vestite come le due di borgata che erano. Fare acquisti in centro. " Sa, da noi nun se trova". Già – pensò l’uomo -qui c’è ben poco. Oppure, pensò, si trucca in ascensore, o per strada, dopo aver superato la guardiola del portiere, perché se lui la vede, magari lo dice a casa. E che cosa, direbbe? Che si trucca per le scale? L’uomo si guardò la mano: oppure che altro? Poteva avere solo una vaga idea di come andassero le cose, in posti come quello. Posti fatti di avanzi. Inconsueti per lui. Doveva essere tardi sul serio, lo capiva ormai dalla spossatezza che gli impediva di comporre di nuovo il numero al cellulare. La ragazzina dagli zatteroni e dal trucco pesante era ormai quasi accanto alla sua auto ferma in quella specie di discarica, con il sorrisetto e i capelli nero corvino, e sempre un poco di traverso. Teneva gli occhi fissi a terra, solo un po’ più in là del suo ultimo passo. A un tratto si è fermata, guardandosi intorno con attenzione: anche l’uomo si è sporto oltre il vetro, e ha guardato con lei. Lo sguardo è risalito fin lungo il muro di cinta che separava il parcheggio da una chiesa in cemento armato, con guglie e pinnacoli e larghe vetrate colorate. -Che idea, costruirla qui –pensò l’uomo- circondarla di alberelli che non se la sentono di crescere . E farsi verdi. Quando sono sbucati dalla strada principale, con l’andatura arrogante, fin troppo certa, sicuramente impudica, l’uomo ha pensato: indecente. La chiamano forte, tutti insieme: Veronica! Sono quattro ragazzi, rumorosi e scuri, adolescenti adulti. Troppo adulti. Ridono, la chiamano ancora, la invitano ad aspettare, con gesti ampi. Teatrali. Tetri, pensa l’uomo. Così pensa a suo figlio, il suo unico figlio maschio. Il suo primo e unico figlio maschio. Che non gli assomiglia abbastanza, ma è sufficiente, oppure no, a volte no, non basta, ma si sforza, ci prova perlomeno, e cerca di sorridere. E’ un uomo, lo è già, è come lui. Anche se, troppe volte, è differente. Ho fatto tutto quello che potevo. Ho dato il meglio. A lui, ho dato il meglio. E’ giusto che sia così. E mentre pensa questo, annuisce, come se lo avesse di fronte. Vivere insieme è complicato. La ragazzina si è voltata e li ha riconosciuti; gli è andata un po’ incontro, indecisa, tornando sulle tracce di prima, di prima della chiesa, e del trucco pesante, e di tutto il resto. Torna su suoi passi trascinati e ride forte: anche lei li chiama per nome: "Che state a fa’?" Quando si riuniscono, somigliano ad un organismo morbido e unico, che si sposta spostando il resto e non sé, che ingloba anziché separare, che migra, anziché procedere. L’uomo li osserva con attenzione stanca, risucchiato dalla sostanza calda di cui sono fatti i ragazzi. Quei ragazzi. O forse, tutti i ragazzi. Mentre noi adulti chiudiamo la porta e rimaniamo a guardarli: teniamo in mano una tazzina di caffè caldo, e lasciamo che si raffreddi. Sembrano fatti per esserci, e per rimanere. Ma questi, pensa l’uomo, questi sono diversi. I quattro si fermano accanto al muro di cinta, in piena luce, con i modi sottili che hanno gli animali notturni quando si muovono in un momento del giorno che non gli appartiene.. Due di loro sono rapati a zero: sono quelli che tengono la voce bassa, tranquilla. Attraverso i jeans aderenti l’uomo osserva le cosce aggressive, fatte di muscoli duri, compatti, che si spostano lente e sornione, in attesa, senza fretta, pazienti e sicure. Certe e rapaci. Fumano: l’uomo vede le fiammelle degli accendini riflettersi contro gli occhiali da sole. Fuma anche la ragazzina, mentre li guarda in successione, da sinistra verso destra, per poi ricominciare. Ha appoggiato lo zaino a terra, sempre ridendo, con il tono di un registro appena più alto. Dalla macchina, l’uomo ormai la vede appena, eppure non si decide ad andarsene, a tornare alle proprie faccende. E’ per stanchezza, o noia, o chissà cos’altro. E’ che sono stufo, sono stanco. I quattro ragazzi ridono meno, adesso: si è fatto uno strano silenzio; l’uomo fissa i giubbotti scuri e gonfi sulle spalle stringersi sempre più intorno a lei, circondarla con avidità. Della ragazzina ormai si intravede solo il trucco pesante, la voce s’è fatta sottile, un po’ stridula. "Smettetela!" quasi grida, prova a sottrarsi, cerca di uscire dal cerchio. Ma quelli l’afferrano, ed uno di loro, il più feroce, si fa avanti ed entra nel cerchio con forza. Daje, Massimì. L’uomo pensa. Pensa che stia accadendo, ma senza domandarselo davvero, solo così, come un’attività tediosa della mente. Come la visione di una mosca incastrata in un angolo della finestra. E’ un semplice volo di insetto imprigionato da un vetro. Niente di più. Il silenzio è fatto di tessuti in movimento, di mani che bloccano, di mani che incollano, che aprono, che prendono. La ragazzina forse sta piangendo, in questo silenzio di volo di insetto. Uno dei quattro si solleva con calma dalla piccola mosca, e nel farlo, si volta e lo vede. Lo guarda a lungo, lo guarda dritto negli occhi, senza abbassarli, mai, neanche un momento, un piccolo momento di ripensamento, o di pietà, o di vergogna.. E allora l’uomo, lui per primo, li abbassa. Per primo. Il rumore dell’auto che si allontana copre il pianto di lei. Nel guardarsi un istante nel retrovisore, solo adesso l’uomo si accorge dei suoi radi capelli bianchi. |