La
mia rinnovata felicità
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di Irene Notaro
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La mia felicita’ con un marito speciale, due figli adorabili di nove e quattro anni. A trentasette anni mi ritenevo rigorosamente consapevole e padrona di una vita che scorreva tra le solite difficoltà; vivevo sempre presente a me stessa, proiettata verso la perfezione nella vita e nel lavoro. Tutto sembrava aprirsi in maniera splendida per me e per la mia famiglia. Ma questa serenità era offuscata dal conflitto esistente nel mondo del lavoro, che non andava certo verso la perfezione da me sognata: meschinità, invidie, aggressività sempre in agguato, mi facevano star male. Il non lasciarsi mai andare, l’essere sempre troppo vigile, erano per me causa di costante e subdola tensione; ciò non mi consentiva di riflettere su dove stava andando veramente la mia vita. L’apporto della mia famiglia, per quanto importante, non era sufficiente a rendermi completamente serena. Nel mezzo di questa esistenza che si svolgeva sui suddetti binari ecco presentarsi la "cosa": il nodulo al seno. Enorme la mia incredulità e insieme il senso di smarrimento davanti ad una simile diagnosi. Voglio per di più precisare, che all’epoca (1977, appunto) se ne parlava poco ed in maniera molto "soft". Ancora non sapevo (l’avrei capito poi) che questo era il messaggio inviato al mio corpo dalla mia mente, come segno del forte disagio per una esistenza vissuta con conflittualità. Ed eccomi al "Regina Elena", in procinto di affrontare l’intervento in uno stato d’incoscienza, senza aver avuto modo di riflettere a cosa sarei andata incontro, senza, neppure lontanamente immaginare (nessuno me lo aveva prospettato) di poter ritrovare deturpato il mio corpo, cioe’ "la facciata " che mi ero costruita con tanta fatica e sofferenza, dopo un’infanzia ed una adolescenza difficile. Dopo l’intervento, il rifiuto della malattia: ciò da un lato mi aveva portato a non pensare al peggio e cioè alla morte, alla possibilità di ulteriori e drastici interventi di tipo chemioterapico, radioterapico e di cobalto terapia; dall’altro lato il risveglio doloroso, la coscienza nell'incoscienza dell’anestesia, ma la certezza della gravità nel sentirmi un albero a cui era stato amputato un ramo importante. L’amore, la tenerezza grande di mio marito, in quei momenti, è stata fondamentale, per iniziare ad accettare ciò che stavo vivendo e a cui non avevo mai pensato, proiettata come ero verso una vita fatta di sogni e speranze, che si rivelava, invece molto lontana dalla realtà. Il rientro a casa e la decisione di togliermi la benda hanno segnato una svolta: la benda non l’avevo tolta sola dalla ferita, ma anche dalla mente, che finalmente cominciava a snebbiarsi e a vedere chiaramente la via che d’ora in avanti sarebbe stato necessario percorrere. La presenza, al mio fianco, di mio marito, sempre più innamorato, la sua, la nostra capacità di ironizzare, anche nei momenti di intimità su quello che, per molte altre coppie era considerato un problema, mi davano grande forza nell’affrontare la vita; mi sembrava che niente e nessuno sarebbe più riuscito a scalfire la mia felicità. Gli innumerevoli viaggi, per i necessari controlli, fatti sempre con l’ansia del risultato, finivano col trasformarsi in indimenticabili viaggi d’amore, oltre che in preziosi momenti di crescita. La giovane età, infatti, mi aveva portato a non valutare l’idea della morte e della provvisorietà della vita. Ora, invece, riuscivo ad apprezzare meglio il mio mondo familiare, nonché la natura ed il cielo, fonte inesauribile di sogni e mi legavo sempre più alla vita. Lentamente la sofferenza stava iniziando a "scavarmi" dentro, facendomi intraprendere un cammino ricco di risvolti e di considerazioni sull’esistenza. Dopo diciassette anni dal primo intervento, durante uno dei soliti controlli, mi viene diagnosticato "qualcosa" all’altro seno…ricomincio" un nuovo calvario". Con mio marito, sempre vicino, riesco ad affrontare anche questa nuova difficoltà. Al "Regina Elena", un amico ricercatore, propone un intervento di chirurgia estetica da attuarsi in contemporanea con l’intervento di asportazione del nuovo tumore. Non avevo, in passato, mai pensato a questa possibilità, perché il considerarmi "una amazzone" non mi faceva soffrire e non mi era mai passato per la mente di affrontare un intervento chirurgico "solo per motivi estetici". La mia femminilità non era solo in quel pezzo mancante. Dopo lunghissime discussioni finisco con l’accettare. Mi metto in lista di attesa e, dopo sei mesi, mi comunicano che il chirurgo plastico, che avrebbe dovuto operarmi, aveva avuto un infarto, e, quindi il tutto veniva rimesso in discussione. Mi consigliano di andare a Milano presso l’Istituto dei tumori. Non conoscevamo questa città, la immaginavamo fredda non solo per il clima, ma anche per i rapporti umani, ed inoltre ci appariva lontanissima. A Milano, invece, trovo grande professionalità e disponibilità. Ricomincio la trafila delle prenotazioni, delle visite, degli aghi aspiratati, che non davano risultati: primo intervento nel febbraio 1993 in day Hospital, lungo e doloroso; dopo qualche giorno mi viene detto che mi era stato asportato un tumore; si pone la necessità di ritornare per l’intervento definitivo, che viene programmato per il mese di settembre del 1993. Nel frattempo, mio marito accusa dei disturbi all’apparato urinario ed io gli propongo una visita urologica all’Istituto milanese, meta dei miei pellegrinaggi. Gli viene diagnosticato "qualcosa di poco conto" alla vescica; nel mese di luglio del "93, viene ricoverato. Gli accertamenti e l’intervento chirurgico danno immediatamente un quadro molto grave: "cancro alla prostata con metastasi addominali; prognosi: due o tre mesi di vita". La situazione diventa paradossale, quando, i medici stabiliscono che dopo l’intervento (che avverrà nell’agosto del 93) mio marito dovrà essere sottoposto a radio terapia proprio nel mese di settembre, mese indicato per il mio intervento. Cerco aiuto e solidarietà all’interno dell’istituto, nel tentativo di far anticipare il mio ricovero, e ci riesco. La "fredda Milano" che mi aveva tanto spaventato all’inizio di questo percorso, stava dando grande dimostrazione di serietà e calore umano. All’interno dell’Istituto c’è una giovanissima impiegata che si fa carico della nostra situazione e, nel giro di poche ore, trova un posto. Mi ricovero il 27 Agosto mentre su Milano imperversa un violento nubifragio, sembrava che anche quella natura da me tanto amata mi avesse abbandonato. Mi trovo così, ancora una volta in compagnia di mio marito, siamo entrambi ricoverati, nello stesso Istituto, sullo stesso piano, in reparti diversi, uniti questa volta non solo dall’amore ma anche dall’analoga sofferenza fisica. Grande la sorpresa dei medici del reparto, dove era ricoverato mio marito, ai quali non avevo detto nulla della mia situazione, quando mi scoprono nel ruolo oltre che d’assistente anche d’assistita. Nel frattempo informo i medici del mio reparto e chiedo loro di non seguire il protocollo, che prevedeva l’asportazione parziale del seno e la chemioterapia, ma chiedo la mastectomia radicale così da poter affrontare meglio il più grave problema di mio marito. I medici, dapprima perplessi, ritengono impossibile tale procedura, ma poi valutano bene la cosa e mi accontentano (29.08.1993). Questa volta il tutto viene da me superato in maniera splendida. Il giorno dopo l’intervento ricevo gli applausi delle compagne sedute in refettorio per il mio aspetto fisico che appare a loro dire "raggiante". Avevo questa volta superato il trauma sia fisico che mentale in maniera eccezionale. il tumore con l’intervento era stato già cancellato: c’era un problema piu’ grande da affrontare. Si era sparsa la voce nell’ospedale della strana situazione di questa coppia che passeggiava per i corridoi a braccetto, con i tubicini del drenaggio a mo’ di borse preziose; gli infermieri mi chiedevano di raccontare la nostra storia d’amore. Ritorniamo a casa insieme l’11/09/93, giorno del compleanno di mio marito. A casa ci attende una grande festa organizzata dai figli e dagli amici. Questa volta la prospettiva della morte è presente, ma c’è anche la comprensione di cosa sia il tumore, la consapevolezza delle conseguenze letali alle quali tale malattia porterà sicuramente mio marito; la necessità di lottare, ma questa volta con una maturità diversa, per cercare di arginare in tutti i modi "IL MALE". Mi dispero al pensiero che il compagno adorato della mia vita non sarà più al mio fianco, ma decido di lottare per due, mi rimbocco le maniche e ricomincio. Continua la solidarietà di parenti ed amici milanesi, senza i quali, mio marito ed io, non avremmo saputo come fare. Dopo tre mesi trascorsi tra altri ricoveri a Milano e tra grandi sofferenze e rischi di morte continui, mio marito ritorna a casa: è il Natale del 1993. L’amore e la dedizione, le premure che avevo ricevuto nei momenti difficili dal mio compagno tornano alla mente: capisco quanto siano stati importanti tanti piccoli gesti fatti in silenzio per penetrare nella coscienza e farmi desiderare di lottare per vivere. Decido di utilizzare lo stesso metodo, facendogli sentire più che mai il calore del mio amore, lottando con lui nell’intraprendere nuove cure alternative, cambiando stile alimentare e di vita, frequentando amici e viaggiando. Si sente meglio! Ricomincia a scrivere – lui è un filosofo che si occupa di Estetica dell’arte. Riprende in mano le sue poesie, che riordina (e che io ora ho pubblicato). Capisco che va tornando alla vita. Il mio problema l’accantono…è già un lontano ricordo. È lui il centro della mia vita, devo lottare e ci riesco. I figli studiano a Milano e vivono tutto questo con grande ansia ma sono fiduciosi; che sia una lotta efficace si capisce dagli accertamenti, perché, passano i mesi, gli anni e lui sta bene. Viviamo in simbiosi perfetta: se una musica, che nel passato ci aveva fatto vivere emozioni, all’improvviso risuona nella nostra casa, istintivamente ci ritroviamo l’uno nelle braccia dell’altro, in uno stato di felicità nuova. L’amore che per esigenze della famiglia, si era trasformato in qualcosa di più maturo, al quale non erano consentiti voli particolari, ora nelle nostra nuova consapevolezza, di un futuro cosi precario ci portava a ritrovare le emozioni di un tempo: anche il silenzio della casa ci dava felicità. Saremmo stati insieme ancora per poco, ma tutte le nostre emozioni erano esaltate. Nel febbraio del 1995 vengo sottoposta ad un intervento d’isterectomia. Nel marzo del 1995 avviene un incontro importante con un maestro di una tecnica a me del tutto sconosciuta, il Rieki-Do. Con l’aiuto di questa straordinaria persona, ho dato inizio ad un lavoro sulla coscienza, che mi ha portato a crescere, osservando e accettando anche quei segnali che sono le malattie e i nostri blocchi, riuscendo cosi ad evitare che un'energia esterna arrivi e ci eviti lo sforzo della nostra responsabilità. Il lavoro sulla coscienza è stato ed è un percorso duro, molto utile che mi ha consentito di vivere gli ultimi mesi di vita di mio marito in modo più consapevole. Profonda la disperazione al momento della sua morte (avvenuta nella primavera del ’97), ma salda la certezza di essere riuscita a vivere intensamente, anche i momenti più dolorosi, e di aver aperto più mature prospettive, per un futuro sempre incerto, è vero, ma da vivere senza rassegnazione. Passano così, faticosamente, due anni e comincio a pensare che le sofferenze che la vita mi ha dato siano esaurite; ma una nuova dura prova mi aspetta, questa volta non ho più lui al mio fianco. Sono sola, i miei figli lontani, ma tanti parenti ed amici vicini. E’ accaduto che, durante uno dei miei soliti controlli, nel giugno del ’99, mi viene diagnosticato un tumore al fegato con metastasi e i medici mi prospettano la necessità immediata di sedute di chemioterapia. Accertamenti più approfonditi mi fanno rinviare l’utilizzo di tali terapie e si rimanda tutto a settembre del ’99. Decido di trascorrere l’estate in Sicilia, tra il sole ed il mare … si rinnova il mio amore per la natura, che questa volta non è matrigna e nella luminosità di questa terra capisco quanto io desideri vivere e quanto quel sole e quel mare mi aiutino a farlo. Ho parenti e amici che conoscono la mia storia e mi dimostrano ammirazione per il coraggio che ho nell’affrontare anche questa nuova situazione. Ancora una volta riesco a mettere il problema "dietro le spalle" e mi tuffo, oltre che nel mare azzurro e limpido di questa splendida isola, anche nella vita di tutti i giorni. Non penso a ciò che mi aspetta nel prossimo futuro. Ho i figli e i parenti di mio marito accanto e vivo un’estate all’insegna dell’ottimismo. Questo ottimismo non è stato scalfito neppure dall’anticipato ritorno in città per motivi di lavoro. Certo sarebbe stato bello continuare a sognare in Sicilia, ancora per qualche giorno, in mezzo ad amici … Riprendo gli accertamenti e li spedisco presso una clinica di Pisa dove, esperti di patologie epatiche, esaminate le mie cartelle, mi comunicano che il mio "fegato non ha nulla". Allora penso che "Sto bene", che la mia vita è bella, anche se la lotta sicuramente non è finita. La cosa importante, però, di cui mi sono resa conto è la presenza, la comprensione, l’aiuto morale di persone amiche. I segnali di stima, i gesti d’amicizia ti aiutano a lottare, non ti fanno sentire sola, ti fanno comprendere che è importante prendersi cura di sé, nella speranza che, vivere l’esistenza con una coscienza vigile, porti ad una vita migliore, Nel corso dei miei cinquantasette anni la vita mi ha dato più dolori che gioie, ma il valore della gioia, messa su di una bilancia pesa sicuramente di più, perché è stata più breve ma più intensa. E poi perché parlare solo al passato? Ho ancora nel mio cassetto speranze, e sogni per il futuro non solo per me, ma anche per i miei figli. Angelo e Cristina vivono a Milano il primo studia astronomia, la seconda filosofia. Hanno entrambi la passione per la musica, di tanto in tanto assaporo la gioia per qualche loro esibizione in pubblico. La triste vicenda famigliare, la morte dell’amatissimo padre ha già messo a dura prova la spiccata sensibilità di questi due miei "musicisti". Voglio con l’ottimismo contagiarli e farmi contagiare dal loro entusiasmo giovanile. A loro dedico queste mie riflessioni che, non a caso, ho intitolato la "mia rinnovata felicità". Mi piace chiudere questo racconto della mia vita riportando i versi di un poeta anonimo, che mi sono stati proposti dal maestro del Reiki-Do, e che rappresentano, simbolicamente, il mio percorso personale per raggiungere la piena "consapevolezza". Dopo un po’ impari la sottile differenza fra tenere una mano e incatenare un’anima E impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno e la compagnia non è sicurezza. E inizi ad imparare che i baci non sono contratti e i doni non sono promesse. e cominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta e con gli occhi aperti con la grazia di un adulto, non con il dolore di un bambino e impari a costruire le tue strade oggi perché il terreno di domani è troppo incerto per fare piani. dopo un po’ impari che il sole scotta se ne prendi troppo. perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima, invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori. e impari che puoi davvero sopportare che sei davvero forte e che vali davvero.
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